Friedrich Ani scrittore tedesco di origini siriane nasce nel 1959 a Kochel (Baviera) e vive a Monaco. Autore di numerosi romanzi, oggi è considerato uno dei migliori giallisti tedeschi. Pluripremiato, ha ricevuto il Premio Tucano della città di Monaco per il libro migliore dell’anno 2006 e è l’unico autore ad aver vinto quattro volte il Deutscher Krimi Preis, il più prestigioso premio tedesco per i gialli d’autore. Un maestro per molti giallisti italiani.
Questo libro è un’opera di fantasia. I nomi, i personaggi e gli eventi descritti sono frutto dell’immaginazione dell’autore. Qualsiasi somiglianza con persone viventi o defunte, luoghi o fatti reali è puramente casuale.
Titolo originale: Süden
© 2011 Droemer Verlag
Ein Unternehmen der Droemerschen Verlagsanstalt Th. Knaur Nachf. GmbH & Co. KG, München
© 2015 Emons Verlag GmbH
Tutti i diritti riservati.
Italian edition by arrangement with Il Caduceo Agenzia Letteraria
Traduzione dal tedesco: Emilia Benghi
Redazione: Federico Castelli Gattinara
Copertina e progetto grafico: Leonardo Magrelli
In copertina: © particula/Photocase.com
Fotografia dell’autore: Mark Römisch
Impaginazione: César Satz & Grafik GmbH, Colonia
Elaborazione ebook: CPI Books GmbH, Leck
Seconda edizione: giugno 2015
ISBN 978-3-86358-910-3
Distribuito da
www.emonsedizioni.it
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SÜDEN
Il caso dell’oste scomparso
Traduzione di Emilia Benghi
Forgetful heart
Like a walking shadow in my brain
All night long
I lay awake and listen to the sound of pain
The door has closed forevermore
If indeed there ever was a door.
Bob Dylan
PRIMA PARTE
KUHFLUCHTSTRASSE
1
“Sono Tabor Süden, mica un giapponese,” sbottò dopo essere rimasto dieci minuti sulla porta ad ascoltare, muto. Interruppe la donna alla scrivania solo perché si era accesa una sigaretta e aveva fatto già qualche tiro senza guardarlo. La battuta la fece ridere. Il fumo le uscì dalla bocca a singhiozzi. Süden diede uno sguardo alla finestra, fuori imbruniva. Quando si voltò Edith Liebergesell non rideva più.
“Mi scusi,” disse lei. “Non volevo annoiarla, anzi, speravo di irretirla con una messinscena.”
Süden pensò al Carnevale all’Eigelstein, il quartiere di Colonia dove aveva vissuto gli ultimi sette anni. “Ho trascorso parecchio tempo all’Ufficio persone scomparse, so cosa passano quelli che spariscono,” precisò.
“È interessante che in giapponese abbiano un nome.”
“L’ho di nuovo dimenticato.”
“Hikikomori,” ricordò Edith Liebergesell. “Persone dietro i muri.”
Süden incrociò le mani sul ventre. La donna spense la sigaretta nel posacenere bianco. Dalla piazza della Sendlinger Tor saliva il brusio del traffico.
“Allora d’accordo così?” chiese lei.
Non sapeva cosa rispondere. Era venuto nell’ufficio dell’investigatrice privata perché gli era rimasto in mente il nome.
Poco tempo dopo che era uscito dalla polizia lei lo aveva chiamato proponendogli un incarico nella sua agenzia, sempre per la ricerca di persone scomparse. Ma a lui non andava più di cercare nessuno, voleva solo andare via, starsene per conto suo, lontano.
Da cinque giorni era di nuovo a Monaco. Non per tornare sui suoi passi, ma per dare un seguito a quella conversazione telefonica che si era interrotta all’improvviso, così come era iniziata, e da allora lo turbava molto più di qualunque altra recente conversazione.
Forse solo per sbaglio era andato alla Sendlinger Tor. Come se avesse voluto giocare una partita con se stesso, quasi cedendo a un capriccio che aveva a che fare con le sue perplessità, la sua solitudine, i suoi pensieri incespicanti.
“Gestirà l’attività investigativa in toto, strada e ufficio,” disse Edith Liebergesell. “Non scalderà la sedia. Le può star bene?”
Non ne aveva idea. Restò in silenzio. “Ho un lavoro in un’altra città, una casa, sto a posto così,” dichiarò.
“E allora perché è venuto qui?” Nessuna risposta. “Andrebbe a prendere qualcosa come 2.000 euro netti al mese. Alla copertura sanitaria ci penso io, i contributi pensionistici sono a suo carico. In casi particolari sono previsti anche bonus extra. La tariffa oraria per i clienti è di 65 euro l’ora, più un forfait di un euro a chilometro. Non siamo i più cari in città. Dei miei collaboratori le ho già detto, l’agenzia ora l’ha vista, non le resta che dirmi di sì.”
Stava sulla porta da un’ora, sporto un po’ in avanti, le mani intrecciate ora sul ventre ora dietro la schiena, jeans neri, camicia bianca, giubbotto di pelle nero e Oxford nere ai piedi. Era almeno un metro e ottanta, calcolò l’investigatrice, per novantacinque chili, evidenti soprattutto al girovita. I capelli li ricordava più corti. Aveva la barba lunga, come allora, e dal collo pendeva la stessa catena con pietra blu che si notava nelle sue vecchie foto. A vederlo così, silenzioso, estraneo eppure presente fin dal momento in cui aveva messo piede lì dentro, le veniva voglia di avvicinarsi, di mettersi accanto a lui nella luce di quel giorno che si spegneva. Pasqua era passata da poco.
“Prima portava i pantaloni da motociclista, con i lacci laterali,” disse Edith Liebergesell.
“Non ho più il fisico adatto.”
Squillò il telefono e la donna alzò la cornetta. “Investigazioni Liebergesell.” Restò in ascolto per un po’ e lui nel frattempo finalmente si avvicinò.
“Certo che mi ricordo.” L’investigatrice si accese un’altra sigaretta, piegò la testa di lato, chiuse gli occhi e annuì. “Quando vuole, non c’è problema … No, non abbiamo aumentato i prezzi …”
Süden posò la bottiglia di birra vuota sul bordo della scrivania strapiena di block notes, libri, contenitori di attache, francobolli, conchiglie e castagne, portadocumenti e altri articoli da ufficio. Come se non bastasse, al margine del tavolo di legno chiaro troneggiavano un mappamondo di legno e una lampada verde di antiquariato, due pezzi che, almeno secondo lui che non aveva mai messo piede in un’università, dovevano conferire all’ambiente l’aura di uno studio prestigioso.
Dopo giorni pieni di rabbia passati fuori casa, apprezzava il calore accogliente dell’ufficio. Inspirò a fondo l’odore di profumo e tabacco che aleggiava. I suoi passi gli parevano quasi leggeri sul tappeto grigio-blu che li attutiva. Dalla finestra guardò il bastione della porta di Sendling, con il consueto via vai dei tram. Gli venne in mente che, uscito dall’agenzia, poteva fare un salto nel locale al piano terra, come prima faceva al caffè turco nel palazzo dell’Ufficio persone scomparse. Anche da lì era solito guardare i tram e la gente per strada.
“Ne parlerò con i miei collaboratori,” disse Edith Liebergesell al telefono. “Però dobbiamo andarci piano, signora Zacherl, non dobbiamo illuderci … Arrivederci.”
Attaccò, spense la sigaretta, si passò la lingua sulle labbra e scribacchiò qualcosa su un blocco a righe.
“Che storia,” iniziò rivolta a Süden. “Due anni fa un ristoratore, cinquantatré anni, da un giorno all’altro è scomparso. Il suo locale è a Sedling, vicino all’autostrada per Garmisch, si chiama Lindenhof e da anni lo aveva lasciato in mano alla moglie. Doveva aver già deciso di andar via, ma a sentire lei lo ha fatto perché si era stufato di quel mestiere. Dice che era cambiato, aveva la testa altrove e trascurava sempre di più la clientela.
“La moglie non capiva, ha cercato di parlagli, ha chiesto ai suoi amici di farlo ragionare, ma è stato inutile. Non beveva, niente droga, fisicamente sembrava stesse a posto o quanto meno non peggio del solito. Solo aveva mutato completamente modo di fare. Era sempre stato un tipo affabile, allegro, dice lei. Giocava a carte, guardava le partite in tv con i clienti, in cucina ci metteva l’anima. Le sue specialità erano lo stinco di maiale e il bollito di manzo alla viennese, piatti insoliti per un ristorante senza pretese come il suo. Era molto professionale ed era stimato.
“Ma tutto a un tratto era diventato un altro. Un cambiamento dalla sera alla mattina, secondo la moglie. Poi, il sabato santo di due anni fa era partito per un giro di commissioni e non era più rientrato. Aveva detto che andava a prendere dei cavi elettrici e delle lampadine da un ferramenta giù a valle e poi sarebbe passato lì vicino a comprare una nuova lampada a stelo per il soggiorno. Nei due negozi però non era mai arrivato. La polizia ha seguito le solite procedure, la foto è apparsa sui giornali ma senza esiti concreti. Nessun indizio. Raimund Zacherl è svanito nel nulla, ma noi sappiamo che non si sparisce semplicemente così, che la terra non inghiotte nessuno, a parte le vittime dei terremoti.”
Edith Liebergesell allungò la mano per prendere il pacchetto di sigarette, lo sollevò ma lo ripose subito. “Passato un anno le ricerche ufficiali sono state interrotte. Ora Zacherl ha il suo fascicolo in archivio, nel caso ne venga rinvenuto il cadavere. La moglie non crede che sia morto, cos’altro può fare? Per Pasqua ha chiuso il locale, una pazzia sotto il profilo economico, lo ha appena ammesso lei stessa al telefono. Dice che non ce la fa a vedere gente. Sabato sono stati due anni che è scomparso. Lei vorrebbe che riprendessimo le ricerche, ci chiese aiuto già a sei mesi dalla scomparsa e per un mese intero ci dedicammo solo al suo caso. Scovammo due conoscenti di Zacherl, ristoratori della zona della stazione. Sembrava che occasionalmente lui avesse riciclato del denaro per loro, ma la traccia è rimasta troppo vaga, di prove ovviamente non ce n’erano. Li tenemmo d’occhio, ma inutilmente.
Da quando ho aperto l’agenzia, ormai nove anni fa, abbiamo avuto un solo caso irrisolto di persone scomparse, una ragazza iraniana che il padre aveva rapito e portato via con sé in patria. Nessuno ne ha più saputo nulla, neppure sua madre, una tedesca. In tutti gli altri casi siamo riusciti a ritrovare le persone, tranne Raimund Zacherl. Siamo famosi per la percentuale di successi e tantissimi genitori, ma non solo, si rivolgono a noi. Abbiamo anche già collaborato con la Criminalpol. Non mi capacito del fallimento con lui.”
Uno sguardo rapido all’orologio sul polso destro, poi l’investigatrice si alzò. Superava Süden di almeno una spanna. L’ampio tailleur pantalone nero non le conferiva una silhouette da gazzella, ma l’assenza di spigoli soddisfece la vista dell’uomo. Il suo passo di marcia era senza ritmo, la schiena dritta spostava più aria dell’ex commissario. Non portava smalto alle unghie, né anelli. I capelli corvini erano legati in un nodo sulla nuca, l’acconciatura regalava morbidezza ai lineamenti. Negli occhi grandi e scuri si leggeva un’ostinazione che da subito aveva affascinato Süden. Si scoprì a soppesarla con sguardi furtivi, imbarazzato come un collegiale.
“Ho bisogno di mangiare una cosa,” disse Edith Liebergesell. “Viene con me?” Sollevò dal pavimento la borsa verde e vi infilò sigarette e accendino. “Perché mi guarda così?”
“Sto pensando,” rispose lui.
“Se quando pensa ha sempre quello sguardo è meglio che in presenza di una donna si metta gli occhiali da sole.”
“Non avete scoperto perché avesse cambiato comportamento?”
“Scusi? No. È proprio questa la cosa strana, nessuno ha idea di cosa possa essergli successo.”
“Qualcuno sì, però.”
“E chi?”
“Qualcuno.”
“Ha un posto dove stare qui a Monaco?” Edith Liebergesell cambiò argomento avviandosi alla porta.
Süden ascoltò i propri passi sul tappeto e sorrise. “Ho una camera al Brecherspitze.”
“E sarebbe?”
“A Giesing.”
“Dov’è nato.”
Sul pianerottolo la donna chiuse a chiave la porta dell’ufficio. Sulla parete era appeso un grande cartello con il suo nome e la scritta “Investigazioni”. C’era odore di fumo e i gradini di legno scricchiolavano uno sì e uno no, sotto il passo non certo leggero dei due, non fosse altro che per il peso.
“C’è un mio collaboratore, Kreutzer, che ha un appartamento di quattro vani a Haidausen,” disse lei con la voce che rimbombava nella tromba delle scale. “La stanza degli ospiti è grande, quasi quaranta metri quadrati, potrebbe andar bene come prima sistemazione. A Kreutzer fa piacere avere ospiti ogni tanto.”
“In altre parole mi consiglia la coabitazione,” replicò Süden. “Qual è il vantaggio? Un russare assistito?”
“La maggior parte dei matrimoni non sono molto più di un russare assistito.”
Usciti dal portone furono investiti da un vento freddo. Sulla Sonnenstraße era incolonnato il traffico da chiusura uffici. Lo scampanellare dei tram si fondeva col suono ininterrotto dei clacson degli automobilisti snervati, i ciclisti sfrecciavano radenti al marciapiede, la luce calava.
“Andiamo subito qui accanto, alla Torbräu,” disse l’investigatrice. “Fanno delle cotolette niente male. Non le ho ancora chiesto perché è tornato a Monaco.”
Süden incassò la testa tra le spalle e guardò il cielo carico di nubi sopra di sé. Poi, con un gesto lento, si scostò i capelli dal viso. “Spero di vedere mio padre.”
“Suo padre?” La donna lo fissò, gli occhi che sembravano dilatarsi, le iridi diventare ancora più scure. “Ma non era scomparso? Mi ricordo di averne parlato con i suoi ex colleghi.”
“È sparito quando avevo sedici anni,” rispose lui. “E adesso mi ha telefonato a Colonia, non so dove possa aver preso il numero, ero così turbato che non gliel’ho neanche chiesto. Ha detto che non era morto, che è stato in giro e da qualche settimana era tornato a Monaco, se volevo vederlo. Gli ho chiesto come stesse. O meglio, ho balbettato qualcosa, non mi venivano le parole. Poi è caduta la linea e lui non mi ha richiamato.”
“Cioè?”
“Era da una cabina. Probabilmente aveva finito i soldi.”
“Ma cosa mi racconta? Suo padre si fa vivo dopo trentacinque anni e cade la linea del telefono pubblico? Non può essere vero.”
“È così,” disse Süden con semplicità.
“Perché non l’ha richiamata?” La donna voleva aggiungere qualcosa, ma non trovò le parole. Lui guardava il cielo, come prima. Quando abbassò lo sguardo Edith Liebergesell trasalì.
Aveva il viso rigato di lacrime.
Mentre mangiava la sua cotoletta con patate fritte e insalata mista, senza bere neppure un goccio di Veltliner né posare per qualche altro motivo forchetta e coltello, l’investigatrice sottopose Süden a un fuoco di fila di domande. Lui però era sempre meno loquace e alla fine sprofondò in un silenzio totale.
Lei gli chiese del padre, della madre, della sua infanzia, dei tempi di Colonia, dei progetti futuri. Vuotato il piatto, lo scostò al margine del tavolo, si tamponò ancora una volta la bocca col tovagliolo di carta e scosse la testa.
“Cos’è, si sente sotto torchio?”
“No,” rispose lui.
“Perché allora è così scostante?”
“Non sono scostante, non so cosa rispondere.”
“Questo divieto di fumare è una cosa assurda,” disse Edith Liebergesell guardando la porta e le due persone che erano uscite con la sigaretta in mano. “Anche a Colonia sono fiscali come qui?”
“Sì.”
La donna osservò la cicatrice che Süden aveva sul collo, voleva chiederglene conto, ma scosse solo la testa.
Anche se era stata felice della sua telefonata e aveva subito pensato di poter finalmente disporre di una persona da dedicare interamente ai casi di scomparsa, peraltro sempre più frequenti, ora si chiedeva se il suo arrivo in agezia non avrebbe irritato o addirittura spaventato i clienti.
D’altro canto il suo comportamento forse era legato alla questione di suo padre. All’XI distretto a suo tempo si era sempre distinto come un ottimo elemento collezionando notevoli successi nella ricerca delle persone sparite.
“Tornando alla mia proposta,” disse, “è stato lei a chiamarmi, quindi immagino che in linea di massima sia interessato a un impiego.”
Süden tacque.
“Le riesce così difficile darmi una risposta chiara ogni tanto?”
La donna frugò nella borsa, trovò il pacchetto e l’accendino e tirò fuori una sigaretta. Poi sollevò il bicchiere di vino. “Ha niente in contrario se ci diamo del tu?” “No,” concordò lui. Brindarono facendo tintinnare i bicchieri. Quello di Süden era vuoto, la sua terza birra era finita.
“Un altro giro?” propose l’investigatrice.
“Mi faccio vivo con te in settimana,” rispose lui cercando con gli occhi il cameriere.
“Pago io il conto,” disse Edith Liebergesell. “Rifletti sulla possibilità di stare da Kreutzer. Oppure hai tanti soldi da poterti permettere di vivere in albergo?”
“Non è il mio caso”.
Le diede la mano.
“A presto,” si congedò e uscì dal locale, il passo un po’ incerto, le mani ficcate nelle tasche del giubbotto di pelle. L’investigatrice lo guardò andar via e pensò a Ilona Zacherl, che per la malinconia aveva chiuso il ristorante sotto Pasqua e forse non lo avrebbe mai più tenuto aperto in quel periodo, finché la storia del marito non fosse arrivata all’epilogo.
2
Camminando a piedi lungo la Fraunoferstraße in direzione Nockherberg, Tabor Süden pensava al ristoratore di Sedling. In passato aveva fatto quel tragitto quasi ogni giorno, spesso di notte quando, finito il giro delle taverne, faceva rotta verso il suo appartamento a Obergiesing. Da che era tornato a Monaco aveva percorso la strada già quattro volte, senza però fermarsi in nessun locale. Quel martedì sera s’era proposto, come già due giorni prima, di pattugliare la zona della Deisenhofenerstraße, dove aveva abitato al terzo piano di un palazzo lungo e verde, in due stanze, una dipinta di giallo e senza mobili, a parte una sedia. Era convinto che suo padre fosse passato da quelle parti, anche se lui, la domenica, non aveva incontrato nessuno in grado di dargli qualche indizio concreto.
Forse dava una descrizione troppo vaga di suo padre.
Non aveva idea di che aspetto avesse al momento.
Sapeva solo che era claudicante, perché al telefono gli aveva parlato di un infortunio a una gamba. Era caduto e lo strappo muscolare non guariva. “Non smetterò più di zoppicare,” aveva detto, per poi cambiare subito argomento.
La conversazione era durata al massimo due minuti.
Ora, ogni volta che ci ripensava, sentiva come un fuoco ardergli nello stomaco. Dopo la telefonata aveva cercato di ricordarsi ogni sua singola parola, ma non c’era riuscito e la cosa gli faceva rabbia. La chiamata era stata uno shock per lui. Dopo, aveva creduto di essersi semplicemente inventato la voce. Come se fosse divampata da una nostalgia bruciante, mai consapevolmente percepita.
“Un uomo anziano, zoppo, coi vestiti vecchi,” aveva continuato a ripetere ai passanti in strada, alle persone che uscivano dalle case dei dintorni, a quelli che aspettavano il tram o la metropolitana alla stazione di Giesing. Loro gli rivolgevano sorrisi tirati, scuotevano la testa, non lo ascoltavano oppure lo guardavano con compassione.
Aveva sperato che la sua vicina di casa di un tempo, la signora Schuster, abitasse ancora al 111 della Deisenhofenerstraße. Qualche volta le aveva parlato del padre, le sere che tornava tardi a casa dal lavoro e nel cortile vedeva ancora la sua finestra accesa. Allora le suonava e bevevano assieme un bicchierino di liquore all’uovo.
Elsa Schuster non c’era più, era morta a ottantuno anni. La sua casa l’aveva presa un tizio che gestiva un negozio di illuminotecnica, prima di arrotondare la pensione con la vendita illegale di lampadine da cento watt. Ne teneva un migliaio nascoste dentro l’armadio di quercia del soggiorno, disposte ordinatamente in confezioni singole. L’armadio non conteneva altro.
“Quelli dell’Unione Europea a Bruxelles sono fulminati,” gli disse quando andò a trovarlo. “Non sanno neanche cosa vuol dire leggere, se no capirebbero che di notte serve un’illuminazione adeguata. La vuole? Le regalo una lampadina perché è stato amico della signora Schuster.”
Lui rifiutò.
Questa volta Süden chiese di suo padre agli avventori di un locale italiano, che un tempo era stato greco. Chiese ai dipendenti del ristorante della stazione di Giesing, ai tassisti della Schlierseestraße, ai passanti, ai giocatori di biliardo di un bar. A nessuno la descrizione disse qualcosa.
Mentre si guardava attorno sul piazzale davanti alla stazione, notando i palazzi di recente costruzione con i loro appartamenti, una farmacia, un fast food, un supermercato, una casa di riposo, passò un tram sul binario dietro l’ex biglietteria, ora trasformata in centro culturale.
Ricordò che quando era commissario capo certe volte gli era sembrato di riconoscere suo padre in varie zone della città, sempre nei panni di un senzatetto che, proprio come suo padre, camminava con la testa incassata nelle spalle e le braccia penzoloni. Ma ogni volta era in macchina, troppo distante per fermarsi. Dopo, quando tornava a cercarlo, non c’era più.
Gli era capitato due o tre volte attorno alla Ostbahnof.
Comprò un biglietto al distributore e prese il tram successivo.
Anche la Ostbahnof era molto cambiata. Avevano aperto nuove gallerie commerciali, al piano interrato c’erano un chiosco di kebab e pizza, un panificio, un supermercato, caffetterie e l’irrinunciabile farmacia. La gente si affrettava ai binari. Gruppi di giovani facevano capannello e giocavano con i cellulari. Di barboni nessuna traccia.
Solo a Orleansplatz, davanti alla stazione, scovò parecchi uomini e una donna vestiti di stracci, a bere birra e a fumare seduti sulle panchine. Uno tirava fuori strani accordi da una chitarra e cantava, con una voce più melodiosa del suo strumento. Avvicinandosi, notò che la chitarra aveva solo cinque corde. L’uomo indossava un cappello di paglia con una piuma grigia, una pesante giacca rossa di lana e blue jeans sdruciti. Ai piedi aveva stivali in pelle operata. Dal ritornello riconobbe il brano, Is Your Love in Vain di Dylan.
L’uomo che cantava era seduto da solo, Süden prese posto sulla panchina accanto a lui.
Finito di suonare posò la chitarra, si alzò, si tolse il cappello, abbozzò un inchino, si grattò la testa, si rimise il cappello e si lasciò ricadere giù a sedere. Poi si voltò. “E tu chi sei?”
“Süden.”
L’uomo fece una smorfia e mosse la mascella inferiore come a disarticolarla. “Un nome che scalda.”
“E lei chi è, invece?”
“Piacere, Josef Furler. Che vuoi da me?”
“Conosce un certo Branko Süden?”
Süden percepì le sue esalazioni alcoliche e desiderò avere con sé qualcosa da bere.
“Non conosco nessuno. E nessuno mi conosce.” Furler ruttò, trattenne il respiro e buttò fuori l’aria dal naso.
Sulla panchina accanto, un tizio ne insultava un altro urlandogli in faccia frasi sconnesse, senza peraltro turbarlo, apparentemente. L’amico restava fermo, beveva da una bottiglia di birra e fissava la strada. La vecchia a fianco con i capelli arruffati, calcolò, avrà avuto al massimo venticinque anni.
Erano quasi le otto di sera e non aveva concluso niente. Stava seduto su una panchina in mezzo ai barboni, sobrio e nel posto sbagliato, in testa una voce che continuava a ripetergli frasi come “non smetterò mai di zoppicare” e “possiamo vederci da qualche parte e ti racconto, se vuoi …”
“Vuoi un goccio di Nord, Süden?” Una bottiglia di grappa gli si materializzò davanti al viso. “Lo vedi quello?”
“Chi?”
Furler fece oscillare la mascella, inspirò dalla bocca aperta e svitò il tappo. Bevve un goccio, si sciacquò la bocca e deglutì. Poi riavvitò la bottiglia e la mise sotto la panchina. Col pollice indicò l’uomo che prima stava urlando e ora andava avanti e indietro in silenzio, agitando le braccia e imprecando tra sé e sé.
“Werner. Ha perso la moglie. Aveva quarant’anni, cancro all’utero, se n’è andata in quattro settimane. Al funerale c’eravamo tutti, io ho suonato. È sepolta all’Ostfriedhof. È pazzesco perdere la moglie così, all’improvviso, ti svegli la mattina e ti manca la terra sotto i piedi, sei sospeso nello spazio. Perché la terra era sua moglie, capisci?”
“Sì,” rispose.
Furler lo squadrò. “Ma a te che te ne frega? Tu non lo conosci Werner, che cazzo ci fai qui?”
“Cerco un uomo anziano, che zoppica.”
“Perché no?” Furler afferrò la chitarra per la tastiera, la sollevò e a fatica piegò le dita per impugnarla.
In quel momento, guardando l’uomo che gesticolava e smaniava, Süden ebbe un’idea.
Volle scoprire se suo padre si era rivolto al suo ex ufficio per ottenere il suo numero di telefono. Branko Süden lo aveva fatto, ma non gli era servito a nulla. Nessuno all’Ufficio persone scomparse sapeva dove fosse andato ad abitare il figlio. Alcuni sostenevano che si fosse trasferito a Helgoland, perché spesso aveva parlato dell’isola in termini entusiastici. Altri pensavano che si mantenesse lavorando per una società di sicurezza privata a Berlino. E i soliti buontemponi avevano messo in giro la voce che finalmente aveva trovato la sua strada rilevando la birreria Augustiner a Giesing. In fondo, aveva pensato, era proprio come nei casi ufficiali di scomparsa: dieci persone diverse davano dieci descrizioni diverse.
“Che sorpresa,” disse l’uomo che finalmente era riuscito a contattare dopo due telefonate al distretto per averne il numero. “Anche se ci speravo che ti saresti fatto vivo. Dove sei?”
“A Monaco.”
“Con tuo padre?”
“Allora gli hai dato tu il mio telefono.”
Era questa intuizione che aveva scollato Süden dalla panchina.
“Sì,” rispose Paul Weber. “Qualcuno al distretto deve avergli detto che un tempo eravamo amici.”
“Chi è stato a dirglielo?”
“Una donna, tuo padre non sapeva chi.”
“Sonja?”
“Non ha fatto nomi. Come sta tuo padre?”
“Ha telefonato, è caduta la linea e non mi ha più richiamato.” Sentì il suo ex collega bere un sorso e poi brontolare qualcosa.
“Fai un salto,” disse Weber. “Sai ancora dove abito?”
Un’ora dopo erano seduti assieme davanti al tavolino del salotto. Süden aveva la sensazione di mancare da pochi mesi dalla casa vicino alla stazione di Harras. Tutti i mobili scuri gli erano familiari. Il commissario capo in pensione, un uomo massiccio dalle sopracciglia cespugliose, i capelli ricci e le orecchie rubizze, non aveva perso peso ma non sembrava neppure ingrassato. Persino il sentore d’acqua di Colonia che aleggiava nella piccola stanza era quello di sempre.
Paul Weber aveva sessantasette anni. Alla morte della moglie Elfriede era tra i cinquanta e i sessanta e non era mai riuscito a superare la perdita, pur dedicandosi anima e corpo al lavoro. Aveva avuto un altro amore, un’infermiera originaria della Lüneburger Heide che lavorava presso l’ospedale in cui era stata ricoverata la moglie, a Schwabing, ma alla fine era tornato solo. Stava ancora lì a incidere poesie su un registratore a cassette come aveva fatto in passato per Elfriede, che amava ascoltare la sua voce. Ogni tanto apriva l’ultimo cassetto dell’armadio in camera da letto. Ci teneva la sua Smith & Wesson a sette colpi, perfettamente funzionante, una rarità, avvolta in carta da pacchi marrone con tanto di contenitore per i proiettili.
“Raccontami come è andata,” disse Weber. “Com’è stato arrivare alla stazione di Monaco? Hai riconosciuto tutto subito?”
Niente, pensò sul marciapiede, mentre la voce di suo padre risuonava sempre più forte. Non era cambiato niente.
Ogni vetrata, ogni chiosco, ogni cartellone pubblicitario, ogni mescita, ogni rumore e odore, ogni raggio di sole che cadeva soffuso nell’atrio, il frullo d’ali di una colomba, Süden si era illuso di riconoscere tutto all’istante. La testa gli rimbombava. Era accanto al binario ventidue, a poche centinaia di metri da quello che era stato il suo luogo di lavoro.
Ieri suo padre gli aveva telefonato e la conversazione era stata un incubo.
Non aveva sognato. La telefonata c’era stata per davvero, alle 15.45, si erano parlati. Il giorno dopo, giovedì santo, si trovava in mezzo a estranei che gli scivolavano accanto frettolosi lanciandogli sguardi vuoti.
Sollevò da terra la borsa da viaggio verde, inalò l’aria fredda e fece un passo.
Alla biglietteria, nell’atrio, c’era odore di brezen, pizza e cornetti caldi. In mezzo alla sala troneggiava una limousine bianca lunga cinque metri. Non un modello in esposizione, bensì lo stand di un grossista di pesce di Sylt. Vendeva insalate, panini imbottiti e piatti di pesce fresco, matjes, gamberi, tonno, salmone, aringhe, il tutto accompagnato da vino bianco, spumante e champagne. A uno dei tavoli attorno al ristorante su quattro ruote sedevano una donna impellicciata e un uomo abbronzato in giacca di camoscio.
Süden ordinò un calice di Pinot e un panino con i gamberetti. L’uomo in giacca di camoscio baciò la donna in pelliccia. Udì la voce di suo padre che ripeteva: “Possiamo vederci da qualche parte …”. “Ci vediamo da qualche parte …” diceva suo padre.
“Ci vediamo da qualche parte e ti racconto, se vuoi …” Ogni cosa gli tornò chiara in mente.
Era suo padre che parlava nel soggiorno di Paul Weber, dove tutto era come un tempo.
3
“Sono tuo padre. Forse sei sorpreso, ma sono ancora vivo. Sono stato sempre in viaggio. Ho le ossa rotte e non smetterò mai di zoppicare. Ci sei ancora?” Come se Süden potesse essere altrove.
“Sono tornato nella città in rovina, non so dirti perché. Sicuramente sei stupito che io mi faccia vivo dopo così tanto tempo, quando magari eri ormai certo che fossi morto. Ed ero quasi morto sul serio. Riuscivo solo a respirare, te l’ho scritto all’epoca, nella lettera. Non ho potuto aspettare oltre, è stato tanto tempo fa. Adesso sono tornato e ho pensato: gli telefono. Ti ho cercato in città poi, quando ho avuto il tuo numero, sono stato indeciso. Ti prende un colpo se il padre che credevi morto salta fuori così, dal nulla. Comunque ero già stato più volte in città, una volta ti ho pure visto. Ti ho riconosciuto subito anche se avevi i capelli lunghi ed eri diventato così alto e prestante. Ti faccio una proposta, ci incontriamo da qualche parte e ti racconto, se vuoi …”
Era come se Süden si fosse ricordato ogni parola.
4
Probabilmente fu per magia che arrivò all’hotel Brecherspitze. Non seppe dire al titolare, Roland Zirl, come avesse fatto a trovare la strada da Harras a Giesing.
“Bevi ancora una grappa,” lo esortò Rollo. “Forse ti torna in mente.”
“A che serve?” Süden mandò giù la grappa e si sciacquò la bocca con la birra per eliminare il sapore di cumino.
Quella notte si scolò tutta una serie di birre anti grappa al cumino, prima di ritrovarsi vestito sul suo letto al primo piano a guardare il soffitto e a parlare con un morto di nome Martin Heuer.
Non stava delirando. Il morto era stato suo interlocutore già qualche altra notte, e in quei giorni in cui non proiettava la sua ombra, rintanato nelle oscure profondità di se stesso. Alla comparsa improvvisa di Martin si era ormai abituato, come al suo dileguarsi quando era in vita.
Perché ti torturi così? chiese Martin Heuer.
Lui distolse lo sguardo dal soffitto della stanza. Sperava che non gli girasse eccessivamente la testa.
Stai troppo zitto.
Lui restò zitto.
Vedi?
“Sono nel posto sbagliato.”
Hai fatto di testa tua.
Di testa mia! Si era quasi tirato su dal letto per ridere in faccia all’amico. Fu come vedere la frase impressa sulla maglietta di un uomo che, dopo averla indossata per tutta una vita, a quarantatré anni si era infilato nel cassonetto dell’immondizia di un bordello, aveva chiuso il coperchio e si era sparato in testa con la sua pistola d’ordinanza.
Di testa sua.
Quindi morto volontario.
Martin Heuer aveva sempre fatto tutto di testa sua.
Se c’era il sole, portava una maglia a collo alto marrone e un bomber turchese. Se nevicava, lo stesso. Quando d’estate faceva caldissimo tirava fuori dall’armadio una giacca grigia di lana cotta, che non si toglieva mai, neppure per gli interrogatori in ambienti soffocanti.
Di testa sua aveva una relazione con una puttana di cinquantasei anni di cui trascurava la dolcezza e la sensibilità. Da lei preferiva dormire per smaltire la sbronza o passare velocemente per farsi una doccia, senza dire una parola. Nella stanza dell’appartamento che condivideva con due colleghe, Lilo aveva fatto installare una doccia per alcuni clienti. Martin Heuer non era un cliente. Non era neppure un amico o un amante, era l’eterno ultimo ospite che lei raccoglieva come uno straccio vecchio e riscaldava nel suo letto a fine nottata.
Süden e Martin Heuer erano cresciuti a Taging. Dopo la maturità, superata da entrambi con grande fatica, non sapendo cosa fare, a Heuer venne l’idea della polizia. Così avrebbero evitato il servizio militare e si sarebbero potuti permettere un alloggio in città.
Per quattro anni condivisero un appartamento a Schwabing con altri giovani e frequentarono locali di tendenza, bevendo e fumando erba assieme a studenti, ex studenti, aspiranti studenti e artisti vari, senza rivelare quale sarebbe stata la loro occupazione futura. Quando una notte scesero in divisa da una volante – due ligi poliziotti del pronto intervento che procedevano ai controlli di una due cavalli che puzzava d’erba lontano un miglio – capirono che per un avvenire in grigio-verde gli anni del liceo erano stati tutta fatica sprecata. La mattina dopo Süden fece domanda per essere promosso e ancora una volta, tre anni dopo, i due si ritrovarono assieme alla Omicidi, che cercava con urgenza nuovi commissari. Poco più che trentenni erano passati all’Ufficio persone scomparse.
Già all’epoca Martin Heuer aveva la pelle ingrigita. I capelli radi gli formavano una sorta di nido in testa, due borse scure gli pesavano sotto gli occhi. Da tempo non era più magro ma scheletrico. Sotto il bomber, il corpo appariva emaciato e se aveva fretta, come talvolta la sera tardi, i folletti di vetro che abitavano in lui lo trafìggevano ad ogni movimento facendolo urlare in silenzio.
Tutti i tentativi da parte di Süden e di altri colleghi di affidare Martin alle cure di un medico fallirono miseramente.
A Heuer spararono due volte, una quando era alla Omicidi, un’altra durante un’azione per l’Ufficio persone scomparse. Le ferite furono in tutti e due i casi leggere, ma lui non superò mai lo shock. Semplicemente non ne parlava, annegando anche questo assieme a tutti gli altri suoi problemi.
Quando Süden iniziò a frequentare la collega Sonja Feyerabend, Heuer per un periodo parve uscir fuori dal suo cono d’ombra. I tre andavano assieme al cinema e nei locali, a nuotare nei laghetti artificiali dei dintorni, a trascorrere la vigilia di Natale. Ma col graduale allontanarsi della coppia, anche Heuer tornò ai suoi sciami notturni di bevitori e angeli caduti. Süden ridiventò per lui soprattutto il commissario capo e sempre più raramente l’amico di un tempo.
Litigavano e si lanciavano contro mille accuse. Süden spazzava via dal bancone l’ineluttabile pacchetto di sigarette dell’amico o lo lasciava accoccolato sul marciapiede quando, per l’ennesima volta, Martin aveva deciso di morire lì.
Una di quelle notti senza sbocco fin dal primo bicchiere, Süden afferrò Martin per le spalle, lo sollevò scuotendolo come un pupazzo e lo scaraventò sui binari, proprio di fronte alla birreria Augustiner della Tegernsee Landstrasse. Scampanellio, stridore di freni e il tram si bloccò. Il conduttore si lasciò andare a imprecazioni di certo non previste nelle “misure contro gli intralci al servizio” segnate nel regolamento della municipalizzata.
Di testa sua Martin Heuer abbandonò un’indagine in corso.
Di testa sua voltò le spalle ai suoi colleghi e al suo più caro amico.
Di testa sua guidò l’Opel arrugginita, una ex auto di servizio, fino a Berg am Laim, per infilarsi in un cassonetto con la sua pistola d’ordinanza.
Perché Süden non era arrivato in tempo?
Perché non aveva colto gli ultimi segnali?
Perché la sera prima lo aveva lasciato da solo?
Non potevi esserci, non era proprio possibile. Martin Heuer glielo aveva spiegato e rispiegato.
“Forse però avrei dovuto.”
Sei tu che te lo metti in testa. Non è colpa tua.
“La colpa di un suicidio non è mai solo del suicida.”
Lo credi davvero?
“Sì,” continuava a rispondere ogni volta.
Non più di quanto l’omicida è colpevole dell’omicidio?
“Dell’omicidio è responsabile solo l’omicida.”
Allora non sei aggiornato.
“Non me ne frega niente,” ribatté come se ne fosse convinto.
Non mentire ai morti.
L’ultima dimora Martin la trovò al Waldfriedhof, tra abeti, pini, betulle e cespugli, accanto alla tomba di Krescenzia Wohlgemuth, vedova di un negoziante di prodotti coloniali.
Il cimitero del bosco ospitava duecentocinquantamila defunti, e vi erano sotterrate anche le urne di chi aveva ricevuto sepoltura anonima.
Uno uno zero è perfetto per te come numero di camera.
“Rollo mi ha sempre dato questa stanza, anche prima,” sottolineò Süden nel buio.
Cerca il ristoratore di Sendling. Cerca tuo padre, anche se temo che non lo troverai. Cerca i bambini scomparsi. Ti aspettano.
“Non mi aspetta nessuno,” rispose. “Al massimo i miei clienti, a Colonia.”
Non ti basta mentire a me? Non mentire anche a te stesso.
Si sollevò a fatica, si percosse il capo con la destra, poi con la sinistra. Mise i piedi a terra, si piegò in avanti rantolando e si alzò barcollante.
Guardò la finestra, la raggiunse ondeggiando e la spalancò. Mise fuori la testa il più possibile e respirò l’aria fredda, a bocca aperta. Che di nuovo parlasse con il suo amico morto non gli piaceva affato.
Aveva in testa almeno una voce di troppo.
Si mise in ascolto.
La voce di suo padre si era spenta.
Udì il rumore lontano di un’auto in avvicinamento. La St.-Martin-Straße era deserta.
Suo padre non parlava più. La sua testa però era tutta un ronzio.
Domani, pensò, voglio battere a tappeto il quartiere, cercare i senzatetto, tener d’occhio le stazioni e i sottopassi. La cosa più importante era tenersi occupato e non pensare continuamente alle parole di suo padre al telefono.
E se non fosse stato lui a chiamare?
Era la prima volta che gli veniva in mente una simile eventualità.
Chi sarebbe potuto essere?
Si voltò e disse: “Chi può essere stato?”
Martin Heuer tacque, come si addice a un morto.
5
Per un po’ Süden continuò ad aver fame d’aria. Poi si spogliò completamente, si mise a letto con la finestra spalancata, tirò su la coperta e dormì fino alla metà del giorno dopo.
Stranamente, ogni volta doveva cercare e ricercare quella stanza. Che fosse al quarto piano lo sapeva, ma l’ascensore si fermava sempre o al quinto o al terzo.
Scese, percorse lunghi corridoi con la moquette, attraversò i locali di servizio di ristoranti deserti, si ritrovò nella curva di un’ampia scala che era convinto portasse al quarto piano.
Quando lo raggiunse si rese conto di aver dimenticato il numero della stanza, però aveva una vaga idea di dove fosse. Non osò chiedere ai dipendenti dell’hotel e ai pochi clienti che incrociava, si vergognava. Dopo aver cambiato più volte direzione, girando in tondo, con sorpresa si ritrovò davanti alla porta giusta. O quanto meno pensava fosse lei, perché a differenza delle altre non aveva numero.
Infilò nella toppa la chiave, che naturalmente aveva in tasca, e aprì.
La stanza somigliava a quella di casa sua: una finestrella, a sinistra il letto, a destra la porta del bagno, un tavolo pieno di libri e di fogli. Su una sedia c’era una valigia nera aperta che, lo capì subito, non era la sua. Dalla valigia pendevano una camicia e un paio di pantaloni. Si accorse che il letto era sfatto, apparentemente usato.
Udì scorrere dell’acqua. Poco dopo, dal bagno, uscì un uomo più giovane, in jeans e maglietta, che lo salutò con un rapido cenno della mano indicando il letto. Scusa il disordine, disse, ero proprio cotto ieri sera, vieni a bere un cosa?
Süden capì che l’uomo alloggiava in quella stanza, ma restò muto.
Si svegliò.
Con passi pesanti andò in bagno, bevve acqua dal rubinetto, evitò accuratamente di guardarsi allo specchio, tornò barcollando a letto.
A un certo punto del pomeriggio riuscì a vestirsi e a scendere al piano di sotto. Non c’era nessuno, così uscì dall’albergo. Il quartiere era famoso non tanto per le sue caffetterie quanto per aver dato i natali al divino Beckenbauer e ospitava la società sportiva 1860 München, che nel paleozoico ebbe la sua fama.
Si ricordò che c’era una pasticceria con annessa gastronomia sulla Tegernseer Landstraße, proprio di fronte all’ufficio postale che, notò allibito, ora ospitava anche una macelleria e una drogheria.
Il caffè non esisteva più, come il grande magazzino accanto.
Sfinito dalla infruttuosa ricerca tornò in hotel e si lasciò cadere sul letto mettendosi a leggere il romanzo giallo di uno scrittore cileno, Ramón Díaz Eterovic.
Il giorno successivo lo trascorse a caccia di tracce e di voci, di uomini che come Branko Süden si rintanavano chissà dove, perché costretti oppure di testa loro.
Branko Süden all’epoca era andato via di sua sponte. Nessuno l’aveva spinto a farlo, come era successo dopo la Seconda guerra mondiale, quando assieme ai genitori dovette fuggire dai Sudeti. Nessuno lo aveva costretto a lasciare Taging.
Scrisse una lettera, cercando di dare una qualche spiegazione al suo gesto. La morte tre anni prima della moglie, la madre di Tabor, lo aveva sconvolto e privato della fiducia nel domani. Non se la sentiva di crescere un figlio …
Le frasi suonarono false alle orecchie del ragazzo sedicenne. Odiò il padre per la sua vigliaccheria. Passarono anni prima che riuscisse a comprendere, almeno parzialmente, l’ultima frase della lettera. “Dio è l’oscurità,” scriveva il padre in una grafia che il ragazzo trovava affettata, “e l’amore è la luce che noi gli doniamo affinché possa vederci.”
Süden portò la lettera con sé per tutta Monaco, senza mostrarla a nessuno. Alcune di quelle vecchie frasi non andarono più via dalla sua mente, come la voce del padre. Ma invece del padre incontrò qualcun altro del passato.
6
Non si concesse pause. Mangiava camminando, beveva in piedi, velocemente, prendeva i tram al volo e correva via, sudato, ansante, ponendo a tutti le stesse domande.
Non aveva con sé una foto del padre, non ne possedeva neppure una. Aveva soltanto un’immagine in mente, ingiallita.
Era come se potesse accadere da un momento all’altro. Come se ogni ora fosse l’ultima che gli restava per trovare suo padre.
I senza tetto con cui parlava non sapevano nulla. Nei ricoveri e negli ospedali il nome di Branko Süden era sconosciuto. Alle stazioni incontrava uomini e donne con la neve nella voce.
Da un telefono pubblico chiamò i genitori di Martin Heuer a Taging, per sapere se il padre per caso fosse stato visto in giro in paese. Negarono, gli chiesero come stava e lo invitarono ad andarli a trovare. Forse sì, rispose e chiuse rapidamente la comunicazione.
Dal centro della città era arrivato a piedi fino a Pariser Platz e da lì aveva telefonato. Ora, in una birreria all’angolo tra Pariser e Wörthstraße, ordinò una chiara e poi ancora un’altra.
Aveva riletto per la prima volta la lettera di suo padre dopo più di dieci anni, mentre era solo nella stanza dell’Ost-West Hotel di Colonia a fissare il telefono muto.
Prese il foglio dalla scatola di sigari posata sull’ultimo scaffale della sua stanza d’albergo, lo aprì e lo lisciò. Le sue mani iniziarono a tremare. Mentre leggeva sentiva la voce del padre al telefono, mescolata a quella della lettera, che aveva nelle orecchie da quando era corso giù al lago, a Taging, il foglio sgualcito in tasca, pensando che il cuore gli scoppiasse nel petto.
“S’è visto in giro un senza tetto zoppo, ultimamente?” chiese al gestore del bar di Pariserplazt.
“Più di uno. Prende qualcos’altro?” gli rispose.
Fuori ormai era buio. Senza sapere perché Süden si avviò verso i grandi magazzini di Orleansplatz, a poche centinaia di metri da Pariser Platz. Per antica abitudine, come se dovesse realmente fare rifornimento per delle indagini successive, cercò nel reparto cancelleria un particolare blocco per appunti.
Nascosto tra i vari formati trovò quello che voleva, un blocco a quadretti piccoli con la spirale sul margine superiore. Era l’unico di quel tipo. A suo tempo, da commissario capo, non aveva mai usato altro per gli appunti, neppure quando prevedeva interrogatori di parecchie ore. I blocchi da cinquanta fogli erano la sua memoria, non serviva ricordare di più.
Comprò anche una penna biro da poco, a inchiostro blu.
“Non c’è il prezzo,” disse la cassiera guardando il blocco come se fosse la seccatura peggiore in prossimità della chiusura del negozio.
“Un euro e cinquanta,” disse Süden.
“Dove l’ha preso?”
“Sullo scaffale là dietro.”
“Tra la merce scontata?”
“Non ci ho fatto caso.”
“Non posso digitare un prezzo a caso.”
“Un euro e cinquanta,” ripeté Süden.
La cassiera cercò con lo sguardo qualche collega. L’unica commessa in vista sparì in quell’istante dentro l’ascensore.
“La biro costa un euro,” disse la cassiera e digitò il prezzo. “Non può prendere un altro blocco?”
La cliente in coda tamburellò sul piano del banco cassa con due rotoli di carta da regalo gialla.
“Riesco a lavorare solo con questo blocco,” spiegò Süden.
Il tempo passava, la cassiera perlustrava con lo sguardo il piano terra e la cliente dietro di lui si stava quasi strozzando con la saliva, a forza di sospirare.
“Va bene,” si arrese la cassiera. “Allora paga due euro e cinquanta. Fa lo stesso.”
Che cosa poi secondo lei facesse lo stesso restò un mistero.
Uscì dal grande magazzino, attraversò la piazza sulla quale gli alcolizzati e i barboni che aveva già interrogato stavano ancora discutendo animatamente e si diresse alla fermata davanti alla Ostbahnof. Da lì voleva andare in autobus all’Englischer Garten.
Forse, si diceva, suo padre si aggirava nella buia, anonima immensità del parco.
Il conducente fumava una sigaretta vicino alla porta aperta del bus. Gli chiese se poteva comprare da lui il biglietto e quello indicò un distributore automatico accanto alla pensilina.
Mentre inseriva le monete udì dei passi stranamente familiari. Un’andatura rigida come tante, in realtà, ma istintivamente si voltò.
“Süden?” La donna si fermò a fissarlo con occhi verdissimi, come i suoi.
Indossava un cappotto scuro al ginocchio, un berretto di pelle con visiera, stivali neri e uno zainetto, come andava di moda. Il viso dalla fronte alta, con il naso leggermente all’insù, gli parve più magro di come lo ricordava. La donna aveva l’aria stanca e un’espressione irritata, tipica sua.
“Ciao Sonja.”
All’Ufficio persone scomparse avevano lavorato assieme per più di dieci anni, Sonja Feyerabend e Tabor Süden. Per un certo lasso di tempo erano stati una coppia, con la tipica esuberanza iniziale che presto si era smorzata e alla fine si era spenta del tutto, per via di modi di pensare opposti.
Si separarono, continuarono a indagare fianco a fianco, ma evitandosi. A volte lui la guardava di soppiatto chinare il capo e portare le mani a coppa sul viso, quasi a raccogliere le lacrime.
Da quando la conosceva, lei aveva un carattere solitario, tendenzialmente collerico, con un’aura di tristezza attorno. Spesso aveva immaginato di prenderla per mano e farla correre a perdifiato, svuotandole i polmoni dal peso che li opprimeva fino a riempirle il cuore di allegria.
A differenza di Martin Heuer però, Sonja non aveva mai permesso alla malinconia di possederla del tutto. Scacciava le nubi partendo, così su due piedi, per le Canarie o per l’Asia. E, diversamente da Süden, non celebrava ritualmente la propria solitudine ma si limitava a sopportarla.
Quando lui aveva lasciato l’incarico, Sonja gli aveva scritto una breve lettera, o meglio gli aveva consegnato una busta con dentro un foglio. Si diceva incerta sulla giustezza o il buon senso della sua decisione e si augurava che gli si aprissero “buone prospettive”.
“Come stai?,” le chiese Süden che interpretò il suo mutismo non più come silenzio ma come uccisione delle parole.
“Bene. E tu?”
“Bene.”
“Sei tornato?”
“Sono qui temporaneamente.”
Sonja si morse il labbro inferiore, una volta segnale di pericolo imminente.